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Collezione Arturo Martini




DAL
02/10/2018
AL
28/02/2019


Palazzo Viani Dugnani
Via Ruga 44 - Verbania


Venerdì
14.00 - 17.00
Sabato - Domenica
11.00 - 17.00

ADULTI
5 €
-12 / +65
3 €


+39 0323 557116, +39 0323 502254
segreteria@museodelpaesaggio.it

Dopo la chiusura della mostra estiva “Armonie verdi. Paesaggi dalla Scapigliatura a Novecento” curata da Elena Pontiggia, il Museo del Paesaggio propone – a partire da Ottobre 2018 – il nuovo allestimento della Pinacoteca e della Collezione Martini.

COLLEZIONE ARTURO MARTINI
L’ultima sala è dedicata alla figura di Arturo Martini, che costituisce uno dei nuclei fondamentali delle collezioni del Museo: la selezione di opere proposte copre tutto il percorso artistico dello scultore ed è articolata in senso cronologico.

Le giovanili “teste” Lo zio (1927) e La scoccombrina (1927), insieme a La disperata (1929) e alla più tarda La Cicci (ovvero Egle Rosmini, 1937) esprimono l’abilità dell’artista nel lavorare diversi materiali (terracotta, bronzo, legno) e la straordinaria capacità di cogliere suggestioni da altri artisti e da altri movimenti, anche del passato (le prime due sculture presentano un gusto decisamente espressionista, mentre La Cicci sembra quasi richiamare le sperimentazioni ottocentesche di Medardo Rosso).

Dagli anni Trenta Martini sviluppa un linguaggio caratterizzato da piccole figurine (quasi in contrapposizione alle opere monumentali che realizza per l’arte ufficiale del regime), nelle quali talvolta si colgono riferimenti alla tradizione artistica dei secoli precedenti. È per esempio il caso de Il carrello (1933-1934), dove un corpo sostenuto da quattro uomini (in seguito a un incidente in una miniera) sembra richiamare le raffigurazioni rinascimentali della Deposizione.

Talvolta, all’opposto, lo scultore attinge dalla tradizione antica e sacra un repertorio di immagini e di situazioni: La Visitazione (1936) offre quindi l’occasione per raffigurare l’abbraccio tra due donne, Il figliol prodigo (1933) invece quello tra un padre e un figlio, il Ratto delle Sabine (1938) raffigura una caotica e vorticosa scena di battaglia.

Tra le finestre sono esposti anche tre dipinti – Il fantino (1939), Tennis al Lido (1940) e Paesaggio verde (1946) – che testimoniano i rapporti dell’artista con la pittura, praticata a partire dalla fine degli anni Trenta, con alterni giudizi da parte della critica.

Arturo Martini

Nasce a Treviso nel 1889 in una famiglia di condizioni economiche disagiate. Ancora giovane, comincia a frequentare la scuola serale di disegno ed espone le prime creazioni in terracotta nelle vetrine dei negozi della sua città. Nel 1907 frequenta a Treviso lo studio dello scultore Antonio Carlini e l’anno seguente studia a Venezia presso Urbano Nono; all’interno della I Esposizione di Ca’ Pesaro espone i suoi capolavori giovanili in scultura e cheramografia.

Chiamato alle armi nel 1916, riesce ad evitare il fronte e si trasferisce a Vado Ligure dove conosce la futura moglie Brigida Pessaro, mentre durante una permanenza a Faenza modella ceramiche e pubblica Contemplazioni, libro senza parole e senza immagini, con sole tacche nere su fondo bianco.

Nel 1920 sposa Brigida Pessaro e aderisce – unico scultore – al gruppo Valori Plastici con il quale parteciperà ad una mostra itinerante in Germania e in seguito, con una personale, alla Primaverile Fiorentina. Nel 1923 affronta il suo primo impegno pubblico realizzando il Monumento ai caduti di Vado Ligure. Tra il 1921 e il 1928 vive e lavora tra Vado Ligure, Roma e Anticoli Corrado, dove s’impegna nella grafica e nella pittura, tecniche che permettono un più ampio mercato.

Nel 1929, da un lato Guido Balsamo Stella lo invita ad insegnare all’Istituto Statale per le Industrie Artistiche di Monza, dall’altro conosce Egle Rosmini con la quale convivrà stabilmente fino al 1946, pur mantenendo i rapporti con la famiglia.

Superato un periodo di crisi creativa, Martini partecipa a varie Esposizioni – ottiene il primo premio alla I Quadriennale di Roma – alternando la lavorazione della terracotta in argilla refrattaria, alla pietra delle cave di Finale Ligure, al marmo di Carrara.

Nel 1941 accetta di insegnare all’Accademia di Venezia, ma si fa presto sostituire per far fronte alle numerose commissioni di opere civiche. Nel 1944 conclude definitivamente le lezioni all’Accademia con la pubblica dichiarazione della “morte della scultura”; tale provocazione sarà pubblicata nel libro La scultura lingua morta, affidato a Silvio Branzi.

Rientrato a Milano, nel 1946 realizza un gruppo di terrecotte che cede in gran parte alla Galleria del Milione, mentre alcune vengono spedite alla moglie e altre a Egle Rosmini, la quale si è ritirata a Selasca (Verbania), paese di origine sul lago Maggiore.

Deciso a tornare con la famiglia a Vado Ligure, l’artista muore improvvisamente a Milano nel 1947.

Dopo la scomparsa di Arturo Martini, Egle Rosmini dedica la propria vita a difendere la memoria del compagno.

Nel 1979 dona al Museo del Paesaggio di Pallanza cinque gessi e propone l’acquisto di cinque incisioni, sette acqueforti, una litografia e dieci carte riporto dell’edizione inedita del Viaggio d’Europa, quattro medaglie di bronzo, otto sculture, nove dipinti e undici disegni.

INFORMAZIONI

5€ intero
3€ ridotto

Il biglietto di ingresso comprende la visita alla Gipsoteca Troubetzkoy, alla Pinacoteca e alla Collezione Martini.



Centro Studi Paesaggio

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