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I Monumenti di Paolo Troubetzkoy e le opere delle collezioni di Palazzo Viani Dugnani





Il  Museo del Paesaggio si può visitare non solo entrando a Palazzo Viani Dugnani ma anche passeggiando in città.

Ci sono infatti molti monumenti di Paolo Troubetzkoy, collocati nel nostro territorio, di cui vi parleremo nelle prossime settimane, mettendo in evidenza il loro legame con alcune opere appartenenti alle collezioni del nostro Museo.

  1. Daniele Ranzoni

I ragazzi Troubetzkoy – Pietro, Paolo e Luigi – ebbero sempre molto caro il ricordo di Daniele Ranzoni, che presso Villa Ada trascorre uno dei periodi certo più sereni della sua breve e tormentata esistenza. Compiuti gli studi a Milano e a Torino, Ranzoni aveva fatto ritorno a Intra dove, cercando di trasferire in provincia l’ambiente scapigliato e bohémien della città, aveva fondato con l’amico Giacomo Imperatori il Circolo dell’Armonia. Proprio a Intra erano giunti da Milano i Troubetzkoy, che un paio d’anni più tardi si sarebbero trasferiti nella villa di Ghiffa.
A Villa Ada Ranzoni aveva installato un proprio studio, dove aveva potuto ospitare gli amici Tranquillo Cremona, Giuseppe Grandi e Alfredo Catalani: a Ghiffa il pittore fu l’artista, il progettista del giardino, l’appassionato di botanica, ma soprattutto svolse un ruolo fondamentale nell’educazione dei ragazzi, che grazie a lui mossero i primi passi verso la pittura (Pietro) e la scultura (Paolo). Nella seconda sala della Pinacoteca è sufficiente confrontare la Margherita di Savoia che Ranzoni realizzò intorno al 1870, dipinta “cul fiaa”, con la Mary Francfort che Pietro ritrasse nel 1882; ma anche i gessi di Paolo, nella Gipsoteca, respirano la stessa vibrante energia delle opere del maestro.
Nell’ottobre 1889, dopo lo sfortunato soggiorno inglese, dopo i difficili anni di crisi e gli ultimi capolavori, Daniele Ranzoni si spegneva nella sua Intra. La città subito si impegnava con pubbliche sottoscrizioni per erigere un monumento a lui dedicato: Paolo, poco più che ventenne, che si andava imponendo nel contesto italiano e che nello stesso anno aveva esposto per la prima volta a Parigi, garantiva da Milano la sua partecipazione. E schizzava, probabilmente da una fotografia, il ritratto del pittore, primo studio per il successivo bronzo. Ma le cose andarono per le lunghe, e soltanto il 23 agosto 1896 il monumento vedeva la luce, non al cimitero come inizialmente previsto, ma sul lungolago, lungo la passeggiata, pronto a resistere – sono le parole di un giornale dell’epoca – «ai scintillìi del sole, pari ai scintillìi dell’ingegno di Daniele, e rimarrà alle bufere del lago, pari alle bufere del suo cuore».

 

  2. Carlo Cadorna e La “Bella Pallanza”

Nato a Pallanza nel 1809, Carlo Cadorna compie studi giuridici prima di intraprendere la carriera politica. Dapprima Deputato e Presidente della Camera, diventa poi Senatore e più volte ministro. Da Prefetto di Torino ha poi il compito di gestire la delicata situazione della città dopo i disordini seguiti allo spostamento della capitale a Firenze, cinque anni prima che l’esercito italiano – guidato dal fratello Raffaele – entri a Roma attraverso la breccia di Porta Pia. Non sorprende quindi che alla sua morte, avvenuta a Roma nel dicembre 1891, Pallanza annunci immediatamente la volontà di celebrare con un monumento la sua memoria.
Dopo qualche tentativo di affidare direttamente l’incarico, nel giugno 1892 il Comune bandisce un concorso cui partecipano una sessantina di artisti, i cui bozzetti sono esposti per due settimane all’interno della ex chiesa di San Sebastiano. Il lavoro della giuria procede per eliminazioni, prima di giungere finalmente a proclamare vincitore il bozzetto n. 52, contraddistinto dal motto “Arte è vita”: uno dei tre presentati da Paolo Troubetzkoy! La scelta, va detto,  non è unanimemente condivisa: gli scultori sconfitti stigmatizzano la vittoria di un artista “locale”, mentre altri criticano il linguaggio poco “ufficiale” del monumento. Tra questi vi è il nipote di Carlo Cadorna, Luigi (destinato a occupare il Mausoleo poco distante), che più tardi lo descriverà come «un attentato all’arte ed al buon gusto come sono una gran parte quelli che dovrebbero ornare ed invece deturpano le piazze delle città italiane».
Scegliendo di raffigurare, ricorrendo a un’allegoria, la città di Pallanza per celebrare un suo illustre figlio, Troubetzkoy segue il suo naturale istinto, che lo porta a fuggire ogni forma di retorica: aveva agito nella stessa direzione modellando il bozzetto del monumento a Garibaldi, è così agirà per quello allo zar Alessandro II a San Pietroburgo. Presso il Fondo fotografico del Museo conserviamo una interessante fotografia, inviata dal nipote della signora che nel 1892 posò per Troubetzkoy per la raffigurazione della Bella Pallanza. Il ritratto della donna è probabilmente di troppi anni successivo rispetto alla realizzazione del monumento, ma può essere divertente cimentarsi a riconoscerne i lineamenti nel gesso in Museo (anche nella versione alla Gam di Milano) o nel marmo sulla piazza.
3. Alessandro Cuzzi
Nato a nato a Suna il 18 aprile 1849, Alessandro Cuzzi compie i suoi studi di medicina a Torino. Proprio nel capoluogo pimontese inizia a lavorare come assistente nella clinica ostetrica universitaria; in qualità di docente si sposta successivamente a Parma, Milano e Novara. I grandi riconoscimenti giungono con la nomina a Professore Ordinario di Ostetricia a Modena, a Catania e infine, nel 1883, nella prestigiosa sede di Pavia. A questi ultimi anni vanno ascritti i suoi più significativi contributi alla medicina.
Qualche anno prima di giungere a Pavia, Cuzzi aveva inavvertitamente contratto, nel corso di un intervento, una grave malattia andata sempre più aggravandosi negli anni. Forse consapevole del tempo non eccessivo che gli resta da vivere, la sua attività si fa frenetica: fonda a Pavia la prima clinica ginecologica italiana, contribuisce a garantire e regolamentare il servizio ostetrico a domicilio, fondando il Giornale delle levatrici e pubblicando, tra le tante pubblicazioni, anche un manuale a loro destinato. Il monumentale progetto di un Trattato di Ostetricia e Ginecologia è però destinato a rimanere incompiuto: si spegne il 4 gennaio 1895.
Quattro anni più tardi, l’Università di Pavia lo celebra con l’erezione di un busto presso l’anfiteatro dell’Istituto Ostetrico Ginecologico. Il ritratto è affidato a Paolo Troubetzkoy, che realizza il modello in gesso conservato presso il Museo; lo stesso che sarà reimpiegato dieci anni più tardi per il monumento di Suna.
Nel giugno 1910 la rivista «Verbania» pubblica un disegno del monumento, che la Pro Suna ha affidato all’ingegner Giannino Ferrini (fratello del beato Contardo): «un’esedra di forma arcuata con concavità frontale, fatta in pietra a due tinte, dalla linea svelta, severa ed elegante, con sobrie decorazioni di stile classico che daranno risalto al busto in bronzo del Troubetzkoy e monumentalità all’insieme».
L’inaugurazione ha luogo domenica 28 agosto 1910. A Ernesto Pestalozza, allievo di Cuzzi a Pavia e nel frattempo passato all’Università di Roma, è affidato il ricordo del maestro; ai discorsi celebrativi segue, racconta la stampa locale, un ricco banchetto in un vicino locale con un «menu squisito» e «champagne offerto a profusione». Soltanto il maltempo funesta le celebrazioni, costringendo ad annullare le gare sportive che dovevano – usanze dell’epoca – allietare la giornata di festa.
4. Monumento ai Caduti
Alla fine della Prima Guerra Mondiale nascono in Italia diverse iniziative, che riguardano sia le amministrazioni locali sia comitati popolari, volte a celebrare i soldati caduti nel corso del conflitto. A partire dal 1919 sono emanati anche una serie di decreti, via via sempre più dettagliati nel corso degli anni Venti, che sostanzialmente impongono in ciascun comune l’erezione di un monumento e la creazione di un parco delle rimembranze, quest’ultima iniziativa in particolare affidata alle scolaresche.
Nel 1922 il Comune di Pallanza sceglie di non bandire un concorso pubblico, come avvenuto trent’anni prima per il monumento a Carlo Cadorna, ma di rivolgersi direttamente a Paolo Troubetzkoy. Lo scultore ha fatto ritorno dagli Stati Uniti nel 1919 e si è stabilito a Parigi, ma trascorre lunghi periodi di villeggiatura nella villa alla Cabianca di Suna, che aveva acquistato nell’ormai lontano 1912. Il bozzetto realizzato dall’artista, che in seguito sarà donato dal Comune al Museo del Paesaggio, è esposto nel mese di aprile del 1923 nelle sale del Casino Municipale (l’attuale Villa Giulia) insieme ad altri venti bronzi di Troubetzkoy. È una delle iniziative organizzate per raccogliere i fondi necessari alla realizzazione dell’opera: nel mese di agosto, sotto i portici del Municipio sarà allestita anche una fiera di prodotti locali “Pro Monumento Caduti”. Nel frattempo viene fissata la data dell’inaugurazione: avrà luogo il 21 ottobre e sarà presente il Principe Ereditario Umberto di Savoia.
La cerimonia di inaugurazione è un grande evento per la città, in particolare per la presenza dell’erede al trono. La curiosità è tanta e crescente, tanto che anche prima del completamento dei lavori i pallanzesi non si esimono dall’esprimere schietti pareri su quanto si sta allestendo sotto i loro occhi. Riportati dalla stampa locale, i giudizi non sono sempre lusinghieri: non si mette in dubbio il valore artistico dell’opera e del suo autore, ma il soggetto non sembra troppo apprezzato, «da cimitero» è uno dei commenti più ricorrenti. Certo l’immagine creata da Troubetzkoy, una donna con un bambino in braccio inginocchiata a porgere un fiore sulla tomba del marito caduto, è lontana dal linguaggio celebrativo e militaristico che contraddistingue tanti monumenti eretti in quegli anni. Ma certo non stupisce: l’artista persegue ancora una volta la propria poetica, quella dei monumenti a Carlo Cadorna, a Garibaldi, ad Alessandro II, che rifugge ogni enfasi e ogni retorica.
5. Arturo Toscanini

Arturo Toscanini inizia a frequentare il Lago Maggiore nel corso degli anni Venti, soggiornando in diverse località prima di approdare, è proprio il caso di dirlo, all’Isolino di San Giovanni, di fronte a Pallanza. Presa in affitto dalla famiglia Borromeo, dal 1927 l’isola diventa il vero buen ritiro del Maestro, soprattutto dopo che i sempre crescenti contrasti con il regime fascista – culminati nel celebre schiaffo ricevuto nel 1931 a Bologna da una banda di squadristi – lo portano a ridurre e quindi a cancellare gli impegni musicali in Italia. Dopo l’emanazione delle Leggi Razziali, Toscanini lascia l’Italia e si trasferisce negli Stati Uniti; rientrato nel 1946 per dirigere il leggendario concerto di riapertura del Teatro alla Scala, ricostruito dopo i bombardamenti, l’ormai anziano Maestro riesce a tornare ancora diverse volte all’Isolino sino a pochi anni prima della morte.
Non sono del tutto chiare le vicende del ritratto che Troubetzkoy realizza del direttore d’orchestra, fissando in qualche modo la sua iconografia, caratterizzata dai baffi e dal papillon. I giornali dell’epoca comunque registrano spesso i due artisti, il musicista e lo scultore, partecipare insieme a eventi e concerti, sia sull’Isolino sia a Pallanza. Qui, nelle sale del Casino Municipale (l’attuale Villa Giulia), il 16 settembre 1933 Troubetzkoy tiene una conferenza dedicata alle sue idee animaliste e vegetariane, intitolata “Rispetto alla vita”. A questa fa seguito la prima esecuzione di “L’Infini”, una suite per violino, violoncello e pianoforte composta proprio dallo scultore. Si racconta che Toscanini, presente in sala, non apprezzi troppo la composizione e anzi suggerisca a Troubetzkoy, forse scherzosamente, di continuare a dedicarsi alla scultura.
“Contemplazione della Natura”, “Tango” e “Mistero della Natura”, tre dei sei movimenti della suite, sono incisi l’anno successivo in un disco ormai oggi introvabile; due brevi assaggi si possono però ascoltare qui: https://bit.ly/2K5X1Y8.
Nel 1967, anno in cui ricorrono i cento anni dalla nascita di Toscanini, l’Azienda Autonoma di Soggiorno di Verbania propone di erigere, nel parco di Villa Giulia (nel frattempo divenuta il Kursaal), un monumento dedicato al Maestro «che predilesse questi luoghi durante le pause della sua gloriosa carriera». Per l’occasione viene fusa una scultura in bronzo, sul modello del gesso conservato presso il Museo del Paesaggio, che viene collocata su un blocco di granito con lo sguardo rivolto verso l’amato Isolino.
Nel corso della cerimonia inaugurale, che si tiene il 27 agosto, l’orazione ufficiale è affidata a un altro celebre direttore d’orchestra, Gianandrea Gavazzeni, strettamente legato a Toscanini (che lo aveva sostenuto e aiutato negli anni della guerra) e al nostro lago (dati i lunghi soggiorni nella sua villa di Baveno)
6. Achille Tominetti

Achille Tominetti nasce a Milano nel 1848, dove i genitori Ambrogio e Maria si sono trasferiti dopo aver lasciato Miazzina. Frequentate le scuole elementari, Tominetti si iscrive all’Accademia di Brera e qui frequenta i corsi di Luigi Riccardi, stringendo una sincera amicizia con Eugenio Gignous. Quando sembrano pronte ad aprirsi per lui le porte del successo, nel 1872 il pittore è però costretto a seguire i genitori nel ritorno a Miazzina. Da qui, dove si dedica ai lavori agricoli e dove mette su famiglia, Tominetti continua a dipingere tele che trovano spazio alle esposizioni di Brera, così come a Torino o Genova.
Da Miazzina a Milano, la fama di Tominetti come di uno dei più apprezzati paesisti lombardi si consolida nel corso degli anni. Nel 1885 è invitato a Villa Ada, chiamato a sostituire Daniele Ranzoni per le lezioni da impartire al maggiore dei tre fratelli Troubetzkoy, Pierre. L’incarico non ha lunga durata (l’anno successivo Pierre e Paolo si trasferiscono a Milano), ma è fondamentale perché apre all’artista i contatti con l’aristocrazia e l’alta borghesia – soprattutto milanese – che frequenta il Lago Maggiore. Probabilmente sono proprio i Troubetzkoy a favorire il contatto diretto con Vittore Grubicy, pittore e gallerista nonché figura chiave per la diffusione del Divisionismo italiano, che sarà anche ospite dello stesso Tominetti a Miazzina.
Negli anni che seguono la nascita del Museo del Paesaggio, all’epoca ancora Museo Storico Artistico del Verbano e delle Valli adiacenti, la figura dell’artista assume una grande importanza nella visione del suo fondatore Antonio Massara: “tra tanti artisti a cui han dato ispirazione uno pare che il lago e la montagna del Verbano abbiano generato spontaneamente: Achille Tominetti”. Nel 1911, nelle sale del ridotto del Teatro Sociale di Pallanza, Massara organizza la Mostra Tominettiana, primo nucleo di quella che diventerà la Galleria del Paesaggio. Tra i dipinti più apprezzati c’è senza dubbio L’aratura a Miazzina, solenne celebrazione laica della vita contadina, che proprio in questa occasione è acquistata e donata al Museo da Marco De Marchi.

 

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